Margherita Graglia – 17 maggio: giornata internazionale contro l’omotransfobia

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Perché è importante celebrare questa data.

L’identità individuale è l’insieme delle caratteristiche che ci rendono unici, diversi gli uni dagli altri, le une dalle altre. Per dirla con le parole del poeta Pessoa, ognuno di noi è una sinfonia, ognuno esprime una pluralità di suoni, di identità, in quanto l’identità è contestuale e in continuo divenire. Nonostante manteniamo una percezione costante della nostra identità attraversiamo molti cambiamenti durante la nostra vita. Inoltre, è il contesto che pone a salienza un aspetto identitario, facciamo il caso di una persona bianca, il cui colore della pelle non diventa una componente consapevole e rilevante fintanto che quella persona non si trova insieme a persone con un altro colore di pelle. A quel punto essere bianco assume un significato per sé e per gli altri e queste persone inizierebbero a interagire in base proprio a questo aspetto. L’identità non è pertanto un aspetto individuale, che riguarda unicamente il singolo, ma è relazionale, si costituisce all’interno dei rapporti, delle pratiche sociali e in un determinato contesto culturale.
L’identità ha bisogno infatti dell’alterità per costituirsi, per riconoscersi ed essere riconosciuta, per esprimersi. Potremmo dire che siamo, unici e irripetibili, perché “siamo” con gli altri, interagiamo con gli altri, che ci riconoscono. L’identità è dunque singolarità, ma anche appartenenza. Ognuno di noi si identifica in altri, nei gruppi sociali a cui sente di appartenere. Il senso di appartenenza abbraccia l’identità, la valorizza, la sostiene, la nutre. Stiamo parlando del bisogno umano di sentirsi appartenenti, inclusi, abbracciati appunto dagli altri. Tuttavia ad alcune identità, ad alcune appartenenze gruppali è stato attribuito un significato negativo nel corso della storia, è il caso degli orientamenti omo-bisessuali e delle identità transgender. Il marchio posto su queste identità è stato quello della patologia, sono state infatti concepite come una malattia mentale, una perversione, un peccato. Identità “altre” in cui non era possibile, auspicabile, riconoscersi, in quanto significava essere fuori dalle appartenenze ritenute lecite e di segno positivo. In alcuni stati europei significava essere anche fuori-legge, in ogni caso significava essere fuori-norma.
Il percorso di depatologizzazione, potremmo dire di rientro nel novero della “normalità”, inizia nel secolo scorso e trova proprio nel 17 maggio 1990 una tappa fondamentale. In questa data l’Organizzazione mondiale della sanità definì l’orientamento omosessuale una variante naturale dell’espressione affettiva e sessuale. L’omosessualità non era più considerata una patologia, ma una possibilità con cui può prendere forma l’orientamento sessuale. Anche l’identità transgender sta seguendo lo stesso percorso di depatologizzazione che ha riguardato l’omosessualità: l’OMS ha infatti recentemente derubricato l’incongruenza di genere dalla classificazione dei disturbi mentali (ICD-11, 2018).
Una ricorrenza, quella del 17 maggio, istituita per celebrare questo passaggio fondamentale: dalla concezione dell’identità omosessuale come malata, al riconoscere il suo essere sana tanto quanto l’identità eterosessuale. E altresì per ricordare la necessità di continuare a impegnarsi per contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze che ancora impediscono la piena affermazione e realizzazione delle persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender).
Per questo le discipline psicosociali hanno abbandonato le ricerche sulle origini degli orientamenti non eterosessuali per concentrarsi invece sulle origini e le conseguenze degli stereotipi, dei pregiudizi e delle discriminazioni e sui dispositivi sociali più efficaci per decostruire le credenze negative e per creare contesti inclusivi. Uno spostamento fondamentale: il focus si è da tempo spostato dall’omosessualità all’omonegatività. Le ricerche si sono sempre più rivolte a studiare i meccanismi dell’esclusione sociale e il loro impatto sugli individui e sulle comunità.
Sebbene stiamo assistendo a un cambiamento delle opinioni e degli atteggiamenti nei confronti delle persone LGBT, i risultati delle ricerche mettono in luce il perdurare di pregiudizi, discriminazioni e violenze. Consideriamo ad esempio i risultati della recente European LGBTI Survey 2020 condotta dall’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA). L’indagine ha coinvolto un campione di circa 140.000 persone provenienti da 30 paesi. Tra i dati rilevati ve ne sono due particolarmente degni di nota riguardanti la visibilità delle persone LGBT in Italia. Nel nostro paese, il 62% delle persone LGBT afferma di non dichiararsi apertamente mai o quasi mai, un altro 23% dichiara di farlo abbastanza e solo il 15% di farlo sempre. Pertanto più di 1 persona LGBT su 2, in Italia, non rivela mai o quasi mai la propria identità. Del resto anche il 62% dichiara di evitare di tenere per mano il partner dello stesso sesso in pubblico per paura di essere molestato o aggredito. Risulta evidente che, in Italia, lo spazio sociale per le persone LGBT non è ancora percepito come uno spazio sicuro, dove potersi esprimere liberamente, poiché prevale il timore di subire aggressioni verbali e fisiche. Eppure le identità per esistere, prosperare hanno bisogno di farsi vedere, di dichiararsi, di affermarsi, di stare con gli altri. E l’identità di genere e l’orientamento sessuale sono due dimensioni nucleari e fondanti l’identità individuale. Essere in grado di individuare ed esprimere la propria identità di genere e il proprio orientamento sessuale, senza stigma, discriminazione, esclusione e violenza risulta ancora più essenziale.
L’identità, come abbiamo visto all’inizio, ha bisogno dello sguardo degli altri per auto-individuarsi e per affermarsi, uno sguardo che riconosce, che valida, in cui specchiarsi. Il 17 maggio ricorda a tutti e tutte noi l’importanza di continuare a impegnarci per realizzare un’effettiva inclusione. Includere quello che è stato messo fuori dalle nostre menti, dalle nostre pratiche sociali e dalle nostre rappresentazioni culturali perché considerato di significato negativo. Se tutte le identità, come abbiamo considerato, hanno bisogno di essere con gli altri, di esprimersi, di essere orgogliose della loro identità, capiamo ancor più il significato che assume per le identità che sono state invalidate, marginalizzate, occultate e aggredite rivelarsi insieme agli altri, celebrando la propria unicità e appartenenza. Diversi e uguali agli altri, questo è uno dei significati del pride, della manifestazione che ogni anno sfila nelle strade e nelle piazze delle città: essere insieme agli altri quello che si è, felici di esserlo. La campagna curata dall’artista Olimpia Zagnoli, per il Comune di Reggio Emilia, all’interno delle azioni del Tavolo interistituzionale per il contrasto all’omotransnegatività e per l’inclusione delle persone LGBT, sottolinea proprio questo aspetto: le figure colorate emergono dallo sfondo, venendoci incontro gioiose e sicure della propria identità.
L’identità emerge come unicità, singolarità ed emerge all’interno dell’abbraccio comunitario. Celebrare il 17 maggio significa continuare a predisporsi socialmente a questo abbraccio.

 

Margherita Graglia.
Psicologa, psicoterapeuta, sessuologa clinica e formatrice.
Affianca all’attività clinica quella di consulente e formatrice sui temi dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale in vari ambiti: sanitario, educativo e delle Pubbliche Amministrazioni. Ha partecipato a vari progetti nazionali ed europei sui temi dell’identità sessuale e del contrasto alle discriminazioni.
E’ coordinatrice del Tavolo interistituzionale per il contrasto all’omotransnegatività e per l’inclusione delle persone LGBT del Comune di Reggio Emilia.
E’ Autrice di numerose pubblicazioni scientifiche, tra cui i testi per Carocci: “Le differenze di sesso, genere e orientamento. Buone prassi per l’inclusione” (2019), “Omofobia. Strumenti di analisi e intervento” (Carocci, 2012) e Psicoterapia e omosessualità (2009).



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