Le registe

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In un mondo professionale popolato dal maschile, andiamo a conoscere le migliori registe donne che hanno segnato il panorama cinematografico internazionale e continueranno a farlo. Anche l’Italia può vantare un buon numero di registe interessanti e apprezzate che si sono imposte nel corso degli anni: Susanna Nicchiarelli, Alice Rohrwacher, Emma Dante, Laura Bispuri, Valeria Bruni Tedeschi, Alina Marazzi, Ginevra Elkann, Valeria Golino, Elisa Amoruso, Paola Randi, Maria Sole Tognazzi, Roberta Torre, Giada Colagrande, Francesca Comencini, per citare soltanto alcuni nomi.

Non dobbiamo scordare, però, le “pioniere” del passato: Lina Wertmuller (prima regista al mondo candidata all’ Oscar come migliore regista, per il film Pasqualino Settebellezze, nel 1977), Liliana Cavani e Cecilia Mangini, che purtroppo ci ha lasciato da poco.

Cercheremo qui di redigere una selezione che comprenda dieci delle migliori registe in circolazione.

Kathryn Bigelow

La Bigelow arriva al lungometraggio nel 1981, ma si fa notare nel 1990 dirigendo Jamie Lee Curtis nel film Blue Steel – Bersaglio mortale. Il riconoscimento arriva poi l’anno seguente con Point Break – Punto di rottura, dove il bruno Keanu Reeves si cimenta nel surf assecondando la follia del biondo Patrick Swayze. Nel 1995 è la volta di Strange Days, geniale e folgorante: la sua regia è cruda, coinvolgente. Con questo sci-fi distopico anticipa già il suo più grande successo riconosciuto, con il quale appunto arriveranno ben sei Oscar. La Bigelow, nel 2010, è stata la prima regista donna ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior regista con The Hurt Locker, dove dirige un Jeremy Renner intenso e veramente esplosivo. La Bigelow ha guardato da vicino la guerra, il confronto armato; nei suoi film i conflitti non sono solo nell’intimità dei protagonisti, ma si muovono su scala mondiale. Uno sguardo e una capacità di indagine che si riproporranno nei successivi Zero Dark Thirty (2012) e Detroit (2017). La crudezza con cui racconta farebbe pensare che dietro l’obiettivo ci sia chiunque, ma non di certo una signora. A proposito di stereotipi.

Jane Campion

Se la Bigelow è stata la prima a conquistare la statuetta americana, Jane Campion è stata la prima e (finora) unica donna ad aver vinto la Palma d’Oro a Cannes. Il riconoscimento è arrivato con la sua opera summa, Lezioni di piano (1993): verso la metà dell’Ottocento Ada McGrath, una donna scozzese muta dall’età di sei anni, viene mandata in Nuova Zelanda insieme a sua figlia Flora per sposare il colono inglese Alistair Stewart. Ada ha portato con sé un pianoforte, il suo unico mezzo di comunicazione con il resto del mondo, ma suo marito rifiuta di tenere lo strumento e lo vende al loro vicino Baines, al quale Ada inizia a dare lezioni di musica. I film seguenti della Campion raccontano spesso di donne del passato (Ritratto di signora, Bright Star), e le sue protagoniste sono personalità forti che si affermano e si distinguono.

Celine Sciamma

Il 25 maggio 2019, la regista francese Céline Sciamma mostra il premio per la migliore sceneggiatura al Festival di Cannes. Il concorso cinematografico, che ha visto attribuire la Palma d’Oro alla pellicola sudcoreana Parasite, offre un importante riconoscimento anche al suo film: Ritratto della giovane in fiamme. Prima di allora Céline era stata presente a Cannes con Tomboy, che racconta la storia di Laure, una bambina di dieci anni che aveva creato un alter ego maschio per nascondere la sua identità femminile agli altri bambini. Il film aveva suscitato un enorme interesse, senza però arrivare a un premio così importante. Un simile cammino tra identità, aspettative e desideri verrà poi intrapreso anche in Diamante Nero. Grazie ai film della Sciamma, i critici francesi hanno cominciato a porsi finalmente delle serie questioni sulle differenze tra cinema maschile e femminile.

Nadine Labaki

Occhi fumosi e capelli neri, Nadine Labaki ha alle sue spalle non solo una gavetta in veste d’attrice, ma anche di regista di videoclip per le migliori star del pop arabo, in un periodo in cui mai avrebbe immaginato di vedere il suo nome fra i candidati all’Oscar. È successo nel 2019 con Cafarnao – Caos e miracoli, suo terzo lungometraggio, che non solo si è guadagnato una nomination all’Academy Awards come miglior film straniero, ma le ha permesso di diventare la prima donna araba a essere candidata a un Golden Globe. Tutto merito di questo magistrale dramma neorealista su un piccolo rifugiato siriano che vive per le strade di Beirut. Ben quindici i minuti di standing ovation al Festival di Cannes, che le ha conferito anche i Premi della Giuria e della Giuria Ecumenica. Di lei ricordiamo anche Caramel del 2005.

Haifaa al-Mansour

È una regista e sceneggiatrice saudita, prima regista donna del suo paese. Ha avuto successo con i suoi primi cortometraggi e documentari, influenzando una vasta gamma di registi esordienti e non in patria, dove è sia lodata che diffamata, a causa dei suoi argomenti che nel Regno saudita sono considerati “tabù”, come la tolleranza, i pericoli dell’ortodossia e la critica alle restrizioni della cultura araba. Ricordiamo di lei La bicicletta verde del 2012 e La candidata ideale del 2019.

Chloè Zhao

Scrittrice, regista e produttrice cinese, ha debuttato nel cinema nel 2015 con Songs my brothers taught me, che è stato presentato alla US Dramatic Competition del Sundance Film Festival e nella Quinzaine des Rèalisateurs al Festival di Cannes. È la storia di una giovane Sioux Lakota e di sua sorella minore che, in una riserva indiana del Sud Dakota, si ritrovano ad affrontare l’improvvisa morte del padre. Nominata nel 2016 per l’Indipendent Spirit Award, nel 2017 scrive, dirige e co-produce The Rider – Il sogno di un cowboy, storia di un giovane mandriano che si trova a ripensare la sua vita dopo che un incidente ha posto fine alla sua carriera nei rodei. Nel 2020 scrive, dirige, co-produce e monta Nomadland, interpretato da Frances McDormand, con cui vince il Leone d’oro alla 77ª Mostra del Cinema di Venezia e i Golden Globe come miglior film drammatico e miglior regista. Chloè Zhao e il suo Nomadland hanno ricevuto 6 nominations agli Oscar che saranno assegnati il prossimo 25 aprile (tra questi quello come miglior film e come miglior regista).

Sofia Coppola

Debutta dietro la macchina da presa nel 1999 con il film Il giardino delle vergini suicide. Nel 2004 è stata la prima donna statunitense e la terza in assoluto ad avere ottenuto una candidatura all’Oscar come miglior regista per Lost in Translation, aggiudicandosi l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale, il Golden Globe per la migliore sceneggiatura, l’Independent Spirit Award per il miglior regista e per la miglior sceneggiatura. Nel 2006 dirige il film biografico Marie Antoinette, candidato alla Palma d’oro al Festival di Cannes.

Nel 2010 si aggiudica il Leone d’oro al miglior film per Somewhere. Nel 2013 dirige il film Bling Ring e nel 2017 L’inganno, con il quale si aggiudica il Prix de la mise en scène al Festival di Cannes. Sofia Coppola è considerata una dei registi di punta del nuovo cinema statunitense.

Andrea Arnold

Nel 2003 il suo cortometraggio Wasp vince il premio Oscar quale Miglior cortometraggio. Nel 2006 il suo esordio nel lungometraggio, Red Road, viene premiato al festival di Cannes con il Premio della giuria. Nel 2009 identica sorte tocca al suo secondo film, Fish Tank. Ha poi diretto a una nuova versione di Wuthering Heights, tratto dal romanzo di Emily Brontë, e nel 2016 porta a Cannes – in concorso – American Honey con Shia LaBeouf, vincendo il Premio della Giuria e il premio ecumenico.

Alice Rohrwacher

Laureata all’università di Torino in Lettere e Filosofia, segue un master a Lisbona in sceneggiatura e sul linguaggio dei documentari. Il suo primo film, Corpo Celeste, del 2011, viene presentato a Cannes per la “Quinzaine des rélisateures”. Nel 2014 vince il Grand Prix al Festival di Cannes con il film Le Meraviglie. Nel 2018 un altro suo film, Lazzaro Felice, conquista, sempre al Festival di Cannes, il premio per la miglior sceneggiatura.

Mira Nair

Nel 1976 Mira Nair va ad Harvard e si laurea in Sociologia nel 1979. Dopo un periodo di attività come interprete di opere tradizionali nei teatri indiani, inizia a realizzare documentari sull’India. Nel 1988 dirige il suo primo lungometraggio, Salaam Bombay!, candidato all’Oscar come miglior film in lingua originale e vincitore della Camera d’Or e del Premio del pubblico al Festival di Cannes, al quale seguono Mississipi Masala (1991), La famiglia Perez (1995) e Kamasutra (1996). Nel 2001 con Monsoon Wedding vince il Leone d’oro. In seguiti gira La Fiera della vanità e The Namesake (2006) tratto dall’omonimo romanzo di Jhumpa Lahiri. È anche la regista di The Reluctant Fundamentalist (2013), film d’apertura della 69ma Mostra del Cinema di Venezia.

Ovviamente, come vi abbiamo annunciato in apertura, questo non è che una selezione. Avremmo dovuto citarne molte altre – Mati Diop, Claire Denis, Mia Hansen Love, Susanne Bier, Greta Gerwig, Ava DuVernay, Maïwenn, Maren Ade, Lulu Wang ecc.. – ma il tempo è poco e allora permettete di nominare le pioniere nonchè le “angeli custodi” di tutte le registe: Agnes Varda e Ida Lupino.

Agnes Varda

Nata in Belgio da padre greco e madre francese, si trasferì a Parigi dove lavorò come fotografa al Théâtre national populaire, all’epoca diretto da Jean Vilar. A 18 anni decise di cambiare legalmente il suo nome da Arlette ad Agnès. In questi stessi anni adottò la pettinatura a caschetto che non abbandonerà mai. Disse: «Era pratico non cambiare. Mi permetteva di non lottare per essere bella, essere giovane, fare meglio delle altre. Ho provato a essere così, a fare quel che dovevo fare»

Nel 1954, con mezzi modesti, girò il suo film di debutto, La pointe courte, con Philippe Noiret come interprete e con il montaggio di Alain Resnais. È un film che ha lasciato il segno perché portò un soffio di libertà nel cinema francese. Da quel momento Agnès Varda portò avanti un modo di fare cinema intimo e personale, raccontando il più delle volte le complessità dell’animo femminile; per questo è stata definita spesso dalla critica la prima regista femminista. Nel 1961 diresse il suo secondo lungometraggio, Cleo dalle 5 alle 7 (Cléo de 5 à 7): un film su due ore della vita di una cantante, che dopo un passato sregolato aspetta di conoscere i risultati delle analisi per sapere se sia affetta da un cancro. Girò poi altri lungometraggi che fecero di lei, negli anni ’60, una rappresentante della Nouvelle Vague, etichetta che lei rifiutava pur essendone considerata una pioniera, unica donna nel club maschile accanto a Truffaut e Godard.

Nel 1965, grazie al film Il verde prato dell’amore – storia di rapporti uomo-donna che aveva come tema la libertà amorosa – ottenne l’Orso d’argento, gran premio della giuria al Festival di Berlino, conquistando così maggiore visibilità non solo in Europa ma anche negli Stati Uniti. In questo film spiegava come “la fortuna è un regalo inalienabile dell’esistenza, gli esseri nascono felici e non hanno altro fine nella vita che rimanere in questa felicità”. Soggiornò brevemente a Los Angeles dove, oltre a girare Lions Love, realizzò il documentario Black Panthers, dedicato al processo agli esponenti dell’organizzazione rivoluzionaria afroamericana delle Pantere Nere.

Jean Douchet scriveva su “Arts” nel 1959 : “Agnès Varda è la prima donna cineasta, l’equivalente di una Madame De Staël nella letteratura, l’equivalente femminile di Ingmar Bergman”.

Nel 1985 fu la volta di Senza tetto né legge (Sans toit ni loi), il film che mise in luce la giovane Sandrine Bonnaire e che si aggiudicò il Leone d’oro alla Mostra cinematografica di Venezia. Nel 1987 filmò Jane Birkin che, appena superati i quarant’anni, viveva un brutto momento dal punto di vista professionale. Da questo incontro nacque Jane B. par Agnès Varda, un film a metà tra documentario e fiction che in Italia venne distribuito in lingua originale sottotitolato.

Dopo la morte del marito Jacques Demy, avvenuta nel 1990, la Varda girò tre film in suo onore: Garage Demy, Les demoiselles ont eu 25 ans e L’univers de Jacques Demy, il primo un film a soggetto, gli altri documentari. Nel 1995 diresse ancora Cento e una notte, il suo personale tributo all’arte cinematografica, coinvolgendo i migliori attori francesi e altre star internazionali. Venne omaggiata di un Premio César onorario nel 2005 e nello stesso anno fece parte della giuria al Festival di Cannes, ma continuò a lavorare su altri documentari, apprezzati poi in tutto il mondo. È stata la prima donna regista nella storia del cinema a ricevere l’Oscar d’onore nel 2017. Agli Oscar e a Cannes si schierò con il movimento #metoo, e a Vanity Fair disse: «È sempre una cosa positiva quando le donne si fanno sentire un po’ di più. Bisogna determinare la dose di femminismo da inculcare nei ragazzi: ecco cos’è importante». È del 2018 lo straordinario documentario-road movie Visage Villages, realizzato con lo street artist Jr.

Agnès Verda è morta nella sua casa a Parigi a causa di un cancro il 29 marzo 2019 all’età di 90 anni.

Ida Lupino

Ida Lupino può essere considerata come una delle prime donne regista a imporsi in un universo cinematografico prevalentemente maschile, tanto che è stata vista come una femminista ante litteram e forse, come si è scritto, «per questo la sua stella ha sempre brillato nell’ombra». Conosciuta come attrice, nel 1949, sospesa dal lavoro dalla Warner Bros., casualmente ottenne di sostituire il regista Elmer Clifton, che si era ammalato durante le riprese del film Non abbandonarmi. Con Collier Young, allora suo marito, creò la Emerald Productions, rinominata poi The Filmmakers, che produrrà film con temi molto delicati per l’epoca, affidandone l’interpretazione a giovani attori di talento. I film da lei diretti, che si potrebbero chiamare “social problem melodramas”, fondono l’immaginario e il linguaggio visivo del melodramma e del noir. Ida Lupino abbandonò temporaneamente la recitazione, dedicandosi alla sceneggiatura di film con personaggi femminili inseriti in situazioni violente e drammatiche (tradimenti, gravidanze indesiderate, abusi familiari, stupro, …), spesso volutamente trascurate nella considerazione del pubblico cinematografico che preferiva temi più leggeri.

Il primo film in cui venne accreditata ufficialmente come regista fu Never Fear (1950), nel quale la poliomielite colpisce e distrugge la vita a una ballerina. Sempre del 1950 fu La preda della belva, incentrato sulla storia di una giovane stuprata poco prima delle nozze. Nel 1951 diresse Hard, Fast and Beautiful, film in cui una madre ambiziosa riversa sulla figlia le sue delusioni costringendola a intraprendere la carriera di tennista. Nel 1953 girò La belva dell’autostrada, un thriller con protagonisti due uomini d’affari che durante un viaggio danno un passaggio in auto a un criminale psicopatico, che si servirà di loro come ostaggi per la sua fuga. Nello stesso anno, diresse e interpretò La grande nebbia, dove affrontò apertamente il delicato tema della bigamia. Autorevole ma al tempo stesso affascinante, i ragazzi della troupe la chiamavano Mother, intimoriti dalla sua presenza dietro la macchina da presa: sulla sua sedia da regista era scritto “La madre di tutti noi”.

Ripresa la recitazione, Ida Lupino apparve ancora nel film su Hollywood Il grande coltello (1955) di Robert Aldrich, e in Quando la città dorme (1956) di Fritz Lang. Ancora come regista, nel 1966 diresse Rosalind Russell in Guai con gli angeli, film ispirato a un romanzo di Jane Trahey, dove si narra la vita di alcune giovani in un collegio di suore, una delle quali prenderà i voti. Nel 1972 interpreterà L’ultimo buscadero di Sam Peckinpah con Steve McQueen, mentre la pellicola Il cibo degli dei di Bert I. Gordon segnerà la sua ultima apparizione sullo schermo nel 1976.

Dagli anni sessanta, Ida Lupino si impegnò quasi esclusivamente nelle regie televisive di serial come Vita da strega, Ai confini della realtà, Alfred Hitchcock presenta, Gli intoccabili, Boris Karloff’s Thriller, Il fuggiasco

Ricordiamo che molte registe sono state ospitate al Rosebud in presenza – Celine Sciamma, Susanna Nicchiarelli, Paola Randi, Alina Marazzi, Ginevra Elkann, Laura Bispuri – e con la proiezione dei loro film… Di tutte le citate abbiamo proiettato almeno uno o due film al Rosebud.

Sandra Campanini
Responsabile Ufficio Cinema – Cinema Rosebud



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