Editoriale NondaSola

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NondaSola violenza contro le donne

Editoriale 25.11.2020

Per contrastare la violenza maschile sulle donne è comprovata la necessità di un cambiamento culturale che inevitabilmente assegna alle parole una grande responsabilità. Esiste un potenziale trasformativo enorme nell’ascolto e nella legittimazione della parola dell’altra, un potenziale che si sviluppa nella relazione, attraverso la relazione. La trasformazione può accadere laddove questa parola venga consapevolmente rappresentata da soggetti che accettano (anche) un ruolo di mediazione con il mondo senza mai pretendere di sostituire la propria rappresentazione alla narrazione originale, a quella che potremmo definire come parola vivente.

Con grande passione e partecipazione, i Centriantiviolenza hanno accolto e ospitato donne vittime di violenza; hanno prodotto ricerche e progetti; hanno saputo tessere rapporti con i soggetti istituzionali, privati e del volontariato, diventando un importante movimento di cambiamento sociale.

È stato grazie ai movimenti delle donne che si sono create le condizioni storiche, culturali e politiche, affinché le violenze contro le donne potessero diventare visibili ed emergere come questione politica e culturale. I primi centri antiviolenza nacquero nel Nord Europa e in America negli anni ’70, in Italia nel 1990 a Bologna, Modena, Milano, Roma e Merano. Nel 1997 a Reggio Emilia.

In Italia, l’attività dei Centri antiviolenza nasce da un presupposto comune: dare credibilità, attenzione e sostegno alle donne che chiedono aiuto e parlano della loro situazione di violenza. La scelta di legittimare il punto di vista delle donne accolte fa di questi luoghi osservatori privilegiati sulla violenza maschile contro le donne. A partire dall’esperienza e dai vissuti delle donne accolte/ospitate, i centri hanno nominato esplicitamente e pubblicamente la violenza e proposto modalità di intervento che nel tempo si sono rivelate appropriate, cioè in grado di far emergere il problema e di offrire un sostegno a coloro che ne sono vittima. Un progetto politico che è anche un progetto culturalmente strutturale: sostenere il punto di vista femminile sulla violenza a partire dal presupposto che il soggetto dell’esperienza e della conoscenza non è neutro; che la differenza sessuale è trasversale ad ogni altra differenza, e uno degli assi attorno a cui si coagulano dinamiche di potere e di dominio di cui l’uso della violenza è espressione; che l’esperienza di ciascuna va interrogata.

L’approdo al Centro antiviolenza dovrebbe rappresentare, per le donne, l’incontro con un luogo riconoscibile, poco identificabile come spazio dedicato al disagio, ma sostenitore dei desideri di libertà delle donne. La convinzione di base, di chi lavora nei Centri e nelle Case, e che è proprio a partire dal riconoscimento del valore del proprio genere che si affronta e si concretizza l’aiuto dato alle donne. Si tratta di offrire prestazioni trasformate in relazioni. Di sostenere una pratica politica per favorire le donne nei loro percorsi di uscita dalla violenza, nel riconoscimento dei loro diritti, nella capacità di valorizzare un processo di ampliamento delle proprie possibilità per aumentare la capacità di agire nel proprio contesto e di operare delle scelte.

Nel loro lungo lavoro di nominazione della violenza, i Centri antiviolenza hanno portato alla luce dell’attenzione pubblica termini come violenza e abuso in età minore, violenza assistita o con-vissuta, stalking e cyberstalking, femicidio, violenza economica, spirituale, strutturale, culturale, simbolica, mediatica, medico-scientifica, domestica, nelle relazioni di intimità, ecc. per tratteggiare quel continuum di violenza che va a sostanziare la vita e l’oppressione delle donne nella nostra società.

 

 

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